Pituòst ca dismèti un'usansa a i míèi mangia 'na sostànsa
Piuttosto che dimenticare le tradizioni é meglio dilapidare un patrimonio.
Si racconta nelle antiche saghe montanare di un popolo misterioso in marcia perenne e in perenne ricerca. Forgiato dai freddi polari amava vivere nei grandi boschi boreali ove abbondavano acque impetuose e precipizi rocciosi. Questa lenta ma inarrestabile espansione segnò profondamente il «Vecchio continente», lasciando ovunque tracce culturali e strane costruzioni per poi perdersi nel nulla diventando leggenda.
Si tratta dei «Celti», creatori di miti e riti così complessi e radicati da dover essere adattati e assorbiti da quelli cristiani. Una tribù di questo popolo nordico, quella che si spinse più a meridione fino a raggiungere le sponde di scoglio dell'Adriatico, penetrò in terra fornese (già popolata nell'età della pietra del basso paleolitico) dal comodo valico del Mauria verso il 400 a.C..
Vista la maestosa corona di rocce che racchiudeva boschi ricchi di selvaggina e copiose acque, decise di porre fine al nomadismo e fermarsi in queste valli: erano i «Carni», una stirpe che diede il nome a Carnia, Carinzia e Carniola (l'area che Plinio il Vecchio nel I secolo d.C. chiama «Carnorum Regio»).
Dopo vennero i Romani che lasciarono agli abitanti di queste impervie vallate, oltre ai vari toponimi (Vic,agri, taviéla ... ) e a ritrovate monete di Giordano III e Vespasiano, usi e diritti atavici: rimanendo nel contempo affascinati dal mito druidico del Dio «Beleno» (epigrafi in tal senso si sono trovate ad Aquileia e Zuglio, sulla via del Norico).
Seguirono le scorrerie,dei nomadi della steppa (Vandali, Unni, Goti...) che trovarono nella pianura friulana l'agevole via di accesso al cuore dell'impero latino, ma che ben di rado si spinsero in queste valli alpine.
Non così i raffinati «Longobardi» che oltre al castello di Ibligine (Invillino) raggiunsero sicuramente questi luoghi, coinvolgendo gli abitanti alle loro usanze, agli scambi e introducendo la numerazione per dozzine (presente a Forni nella spalatura della neve all'interno del paese: las dosénas, tratti di via suddivisi ogni dodici famiglie).
La data certa di un paese chiamato "Forno" (uno dei due «Forni»: di Sotto o di Sopra?) l'abbiamo solamente nel 778 della nostra era, quando Masselione, «duca del Friuli regnante l'eccelentissimo re Carlo Magno» (oppure Tassellione che fu duca di Baviera?) dona all'Abazia di Sesto al Reghena «una villa tra i monti detta Forno (unam villam in montanis quae dicitur furno ... ) completa di terre, prati, pascoli, frutteti e acque, con tutti gli stavoli, le case e cortili, il ferro e rame ... ». (1)
Da dove nasca questo nome non è dato sapere: a tutt'oggi miniere non sono state trovate, di giacimenti superficiali s'é persa memoria, di ritrovamenti di lavorazioni nessuno ne parla. Si conoscono invece sfruttamenti dolomitici di ferro e rame in località chiamate «Fursil», che si avvicina al nostro Pursil.
Quindi ci furono secoli di silenzio durante i quali si affermò la chiesa di Aquileia, con il potere dei Patriarchi scalfito solamente dalle feroci incursioni degli Ungheri. Sempre nel nome del Patriarcato la giurisdizione sui due Forni passò a varie famiglie nobili fedeli alla chiesa aquileiese. Sappiamo così che agli inizi del 1200 veniva investito dalla proprietà tale Rogerino da Milano che subentra a Varnero d'Artegna reo di tradimento. La fine del secolo vede padrona delle valli fornesi la famiglia Leonardo da Socchieve che la passò poi a Gualtiero da Nonta. Questo signorotto, infine, viste le continue liti con le comunità fornesi, che vantavano e difendevano usi consuetudinari riconosciuti e garantiti (varie sentenze patriarcali condannavano infatti gli arbitrii di Gualtiero) decise di vendere «per 150 marche aquileiesi» la giurisdizione dell'Alta val Tagliamento al conte Ettore Savorgnan, che il 20 ottobre 1326 acquistava, per sè ed eredi, i castelli di "Forno di Sotto e di Sopra, con chiusa, garrito, muda, avocazia; con ogni diritto, azione, dominio, onore, servitù, commodo et utile ... ".
La durata di questa dominazione sarà di quasi cinque secoli. Terminerà cioè solamente il 17 ottobre 1797 con la caduta della Serenissima Repubblica di Venezia sancita dal trattato di Campoformido per opera dei francesi di Napoleone Bonaparte.
Questo lungo dominio separato dal resto della Camia lascerà ai due paesi il nome di «Forni Savorgnani» e una parlata che si discosta in modo sensibile dal carnico e dal friulano. Dal toponimo «Forni Savorgnani» i geografi italiani hanno ricavato «Forni di Sotto» e «Forni di Sopra» mantenendo il plurale. Sarebbe stato più corretto chiamarli, seguendo il latino, «Forno»: in fomese infatti si usa il singolare "Fòr disòt e Fòr disóra" al posto del plurale "Fòrs".
Il Congresso di Vienna del 1815 segnò l'aggregazione delle terre fornesi al Regno austriaco del Lombardo-Veneto, che in paese non lasciò brutti ricordi. Purtuttavia nelle battaglie risorgimentali i due Forni parteciparono a vari fatti d'arme, fra i quali spicca l'episodio del «Passo della Morte», dove negli ultimi giorni di maggio del 1848 fornesi e cadorini, sotto la guida di Pier Fortunato Calvi, si scontrarono con l'esercito austriaco del generale Nugent. Si annovera pure un garibaldino che partecipò all'impresa dei Mille: tale "barbaSian".
Nel 1866 ci fu l'annessione al Regno d'Italia per le avventure del quale, nei decenni a cavallo del secolo, i fornesi furono chiamati a dare uno spropositato tributo di sangue e sacrifici. Dalla guerra di Abissinia nel 1896 a quella di Libia nel 1911, per giungere infine alla tragedia della «Grande Guerra» del 1915-'18 dove Forni di Sopra pagò quella «vittoria» con 70 morti. La percentuale dei caduti, in proporzione agli abitanti, è la più alta del Friuli, come pure per i decorati. E il Friuli segna a sua volta la maggior percentuale italiana di caduti sul campo, orfani di guerra e decorati al valore: un ben triste primato di "italianità".
Dalle macerie della Prima Guerra Mondiale sorse il Fascismo, portarore di altre guerre e di altri lutti. «L'ostinata, eternamente ribelle, celtica Camia» (2), come diverse zone della montagna italiana, rispondeva con dignitoso orgoglio alle vessazioni imposte dal regime, adattando la vita e le abitudini di sempre alle difficoltà economiche e alle odiose discriminazioni del regime.
La Seconda Guerra Mondiale , dal 1940 al 1945, riaprì vecchie ferite in tutta la Carnia, diventata nel 1943 zona di operazioni naziste quale parte integrante del Terzo Reich. L'olocausto finale in Europa sarà di decine di milioni di morti. I fornesi che non tornarono (dal fronte greco/albanese, dalla aggressione alla Unione Sovietica e dalla lotta di Liberazione) furono ben 51.
Anche il paese, seppur in posizione marginale, veniva investito dagli eventi bellici con l'invasione «cosacca», la creazione della libera "Repubblica Partigiana della Camia", gli aiuti che i fornesi davano ai partigiani sovietici del "Battaglione Stalin" e le rappresaglie degli occupanti tedeschi che culminò con l'incendio di Forni di Sotto, totalmente distrutto dalle truppe naziste e dai loro servi fascisti il 26 maggio 1944 (3).
Gli anni del dopoguerra segnarono la ripresa economica con lo sfruttamento idroelettrico della "Sade", che prelevò gran parte delle copiose acque della valle, ma pure la continuazione dell'emigrazione nell'edilizia svizzera e francese, con le trasformazioni sociali che ne conseguono e gli eventi che caratterizzarono l'affermazione turistica, con le sue luci e le sue ombre, che hanno portato Forni di Sopra a primeggiare ben oltre i confini regionali.
Tre sono, simbolicamente, i momenti importanti di questo ultimo periodo, per gli effetti che produssero nell'economia e nella vita del paese.
-La nomina di Forni di Sopra a «Stazione di Soggiorno e Turismo» nel 1954, che determinò la monocultura economica, la creazione dei villaggi turistici, l'espansione delle «seconde case» col suo corollario di avventurieri e fallimenti, la realizzazione di strutture sportive e l'affermazione del ceto sociale legato al settore alberghiero.
-La disastrosa alluvione del 4 novembre 1966, che devastò la vallata con morti e case travolte dalle acque, rendendo necessario aprire nuove aree alla edificazione (i campi di Guòf) e gonfiando di conseguenza l'apparato delle costruzioni, con le relative risposte occupazionali e speculative indirizzate verso una indiscriminata crescita edilizia sotto forma di brutti condomini.
Infine la costruzione, nel 1978, del «polo turistico» invernale di Varmòst (zona bellissima da curare e migliorare ambientalmente) che ha fatto di Forni di Sopra una stazione turistica di grande richiamo (dotata pure dell'impianto di innevamento artificiale), ma che ha anche creato nuovi problemi in merito alla qualità e complessità delle opere da gestire.
Sono stati, questi ultimi, anni di profonde trasformazioni e di fretta per stare al passo con i tempi del consumo. Ora anche Forni di Sopra, sulla scia dei nuovi valori storico-ambientali che si vanno affennando, costruisce il proprio futuro guardando con rinnovato interesse alle tradizioni da riscoprire e al territorio da tutelare.